Il putto di terracotta (1951)


Il putto di terracotta
in rilievo sulla stufa, dorme.
Le paffute gote su le paffute manine
composte. Quante volte io lo guardai
così dormire nei desolati pomeriggi
d'inverno. Lo sguardo si posava
su lui e poi sul viale grigio; sotto
la pioggia di foglie, passava il vento
sghignazzante signore. Quante volte
io lo vegliai così col cuore colmo
di angosciata tenerezza.
Come se fosse vivo spirava
dal suo finto sonno la poesia
della vita. Come vivo ancora
egli dorme, senza che il tempo
lo tocchi. E nella penombra
della stanza, nudo al variare
della primavera o dell'autunno
non si desta. Come un incanto
gli aleggia sulla testina rotonda
che non si solleva mai, nè
le piccole labbra s'apriranno.
Ancora, le mani incrociate in grembo,
io contemplo il putto dormiente:
egli ferma il tempo come una divinità
che non attende preghiere.
Legata a lui, creo lunga musica,
come lui non sono che abbandono
di sonno.
Dorme il putto nudo
di terracotta, mai la sua piccola mano
aleggerà su vaghe forme ineffabili,
mai balbetterà la sua lingua esitanti parole
umane. Sepolti in una stanza
disabitata, io e il putto di terracotta
pieni di desiderio, di trepida vita,
senza speranza, eternamente, dormiamo.