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Il putto di terracotta in rilievo sulla stufa, dorme. Le paffute gote su le paffute manine composte. Quante volte io lo guardai così dormire nei desolati pomeriggi d'inverno. Lo sguardo si posava su lui e poi sul viale grigio; sotto la pioggia di foglie, passava il vento sghignazzante signore. Quante volte io lo vegliai così col cuore colmo di angosciata tenerezza. Come se fosse vivo spirava dal suo finto sonno la poesia della vita. Come vivo ancora egli dorme, senza che il tempo lo tocchi. E nella penombra della stanza, nudo al variare della primavera o dell'autunno non si desta. Come un incanto gli aleggia sulla testina rotonda che non si solleva mai, nè le piccole labbra s'apriranno. Ancora, le mani incrociate in grembo, io contemplo il putto dormiente: egli ferma il tempo come una divinità che non attende preghiere. Legata a lui, creo lunga musica, come lui non sono che abbandono di sonno. Dorme il putto nudo di terracotta, mai la sua piccola mano aleggerà su vaghe forme ineffabili, mai balbetterà la sua lingua esitanti parole umane. Sepolti in una stanza disabitata, io e il putto di terracotta pieni di desiderio, di trepida vita, senza speranza, eternamente, dormiamo. |